Cari amici,ho appena concluso un intenso e arricchente pellegrinaggio in Terra Santa, insieme ad un gruppo di 22 Frati Cappuccini del nord Italia. Dieci giorni che porto nel cuore, un cammino percorso da nord a sud, attraversando Israele e Palestina, dalla Galilea alle sorgenti del Giordano, dal deserto a Gerico, fino a Betlemme e Gerusalemme. Dieci giorni di preghiera, di incontri, di meraviglia e di emozioni profonde. Dieci giorni che mi hanno restituito la bellezza di camminare nei luoghi della nostra fede, di ascoltare il Vangelo là dove tutto è accaduto, di ritrovare volti, comunità e storie che fanno parte della mia vita. Ma soprattutto, questi giorni hanno rafforzato in me una convinzione: è tempo di ritornare pellegrini in Terra Santa. Dopo quasi tre anni di assenza dei pellegrini, in una terra segnata da sofferenze, paura e da una crisi economica che colpisce duramente le comunità cristiane, tornare in questi luoghi non è soltanto un'esperienza spirituale. È un gesto di vicinanza, di solidarietà e di speranza. Voglio raccontarvi ciò che ho vissuto, perché sento che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di conoscere questa terra, di ascoltarla e di non dimenticarla.Il diario di una pellegrina: raccontare la Terra Santa di oggiQuando penso al mio pellegrinaggio dei giorni scorsi viaggio, mi vengono in mente i grandi pellegrini dell'antichità. L’AnonimoPellegrino di Bordeaux, che nel IV secolo ci ha lasciato il racconto del suo viaggio da Bordeaux a Gerusalemme; la pellegrina Egeria, che nel suo diario ci ha consegnato una testimonianza straordinaria dei luoghi santi, delle celebrazioni liturgiche, delle comunità e della vita di preghiera di Gerusalemme; e l'Anonimo Piacentino, che nel VI secolo ha descritto con grande attenzione i santuari, gli incontri e le tradizioni della Terra Santa. Leggendo i loro racconti, abbiamo la possibilità di conoscere non soltanto i luoghi, ma anche la vita delle persone, le celebrazioni, i gesti e la fede di chi abitava questa terra. Erano veri e propri diari di viaggio. I pellegrini raccontavano minuziosamente quello che vedevano, ciò che ascoltavano, i luoghi che visitavano e le liturgie a cui partecipavano. Senza saperlo, ci hanno lasciato una memoria preziosissima della Terra Santa del loro tempo. E oggi mi domando: perché non fare anche noi lo stesso? Perché non raccontare quello che vediamo, quello che incontriamo, quello che sta cambiando? Forse anche il mio diario, il racconto di questi giorni, può diventare una piccola testimonianza per chi verrà dopo di noi. Un nuovo diario dalla Terra Santa, nel quale custodire non soltanto la bellezza dei santuari, ma anche le trasformazioni del paesaggio, le difficoltà delle comunità, le feste religiose e la speranza di chi continua a vivere in questa terra. Perché la Terra Santa di oggi è una terra che cambia, ma che continua a parlare al cuore di ogni pellegrino.Gerusalemme, una città che pregaIl nostro pellegrinaggio si è svolto in un periodo davvero particolare: alla conclusione di Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico, durante i giorni di Yom Kippur e all'inizio della festa di Sukkot. Ho avuto il privilegio di vivere Gerusalemme nei suoi ritmi più profondi, rispettando i tempi, i silenzi e la spiritualità delle comunità ebraiche. Non dimenticherò le strade deserte nel giorno di Yom Kippur, il Giorno dell'Espiazione, la ricorrenza più solenne del calendario ebraico, dedicata al digiuno, alla preghiera e alla riconciliazione con Dio e con gli uomini. Nessuna automobile in movimento, la città completamente ferma. Noi camminavamo silenziosamente  mentre nelle strade vedevamo famiglie e bambini che giocavano liberamente, persone raccolte nella preghiera.  Era impressionante. Una città che normalmente è attraversata da un continuo movimento si fermava per lasciare spazio al silenzio, alla fede, alla ricerca di Dio. In quei momenti ho sentito ancora più profondamente quanto Gerusalemme sia una città unica al mondo, nella quale si intrecciano le radici delle grandi tradizioni religiose. E poi Sukkot, la Festa delle Capanne, che ricorda i quarant'anni trascorsi dal popolo d'Israele nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto. Una festa di gioia e di ringraziamento, durante la quale le famiglie costruiscono capanne temporanee, chiamate sukkot, per ricordare la precarietà del cammino e la protezione di Dio. Durante una delle nostre passeggiate nella Città Vecchia, sono rimasta particolarmente stupita , quando arrivati al Muristan, uno storico quartiere arabo, abitato da secoli da famiglie arabe, proprio a ridosso della Basilica del Santo Sepolcro, intorno alla fontana, mi sono trovata davanti a numerose capanne di legno costruite per celebrare Sukkot. Le strutture avevano praticamente nascosto la fontana, trasformando completamente lo spazio.  La mia sorpresa è stata grande. Vedere una presenza così evidente della celebrazione ebraica proprio in quel luogo, nel cuore della Città Vecchia, in un quartiere storico arabo e a pochi passi dal Santo Sepolcro, mi ha fatto riflettere profondamente. Da una parte, la bellezza di una festa religiosa vissuta con le famiglie e i bambini, il desiderio di custodire una tradizione millenaria, la gioia della preghiera. Dall'altra, la consapevolezza di quanto questi luoghi siano delicati, di quanto la loro storia, la loro identità e la convivenza tra le comunità siano parte essenziale dell'anima di Gerusalemme.  Non è una riflessione contro la fede o la preghiera di nessuno. È lo stupore di una pellegrina che ama questa città, che ne conosce la ricchezza e che avverte quanto sia importante custodire il rispetto reciproco, la storia e la presenza di tutte le comunità. Gerusalemme è la città santa delle tre grandi religioni monoteiste. È il luogo in cui ciascuno dovrebbe poter custodire la propria fede, le proprie tradizioni e la propria storia, nel rispetto degli altri. Eppure, camminando per queste strade, ho sentito ancora una volta quanto sia fragile l'equilibrio che tiene insieme le comunità e quanto sia importante che ogni presenza possa essere riconosciuta e tutelata.La Terra Santa cambia, ma i Luoghi Santi restanoPercorrendo la Terra Santa, da Banjas alle sorgenti del Giordano, la Galilea, Nazareth, il deserto, Gerico, Betlemme e Gerusalemme.  Ritornare alle sorgenti del Giordano è stato per me un momento di grande emozione. L'acqua che scorre, la natura, il silenzio del deserto: tutto ci riconduce alle radici della nostra fede, al Battesimo, alla vita nuova che Gesù ci ha donato.  Eppure, attraversando questi luoghi, mi sono accorta ancora una volta di quanto la geografia di questa terra stia cambiando. Nuove strade, nuovi insediamenti, nuove costruzioni stanno trasformando il paesaggio. In diverse aree della Cisgiordania, l'espansione degli insediamenti israeliani e le trasformazioni dei territori incidono sulla vita dei villaggi palestinesi, sui terreni agricoli, sugli uliveti e sulla possibilità per tante famiglie di continuare a vivere del proprio lavoro. Anche Gerusalemme, osservata dal Monte degli Ulivi, mostra un volto diverso. Al tramonto, mentre la luce si riflette sulla Cupola della Roccia, lo sguardo incontra sempre più grattacieli, nuove costruzioni e una distesa di gru. La città si amplia, cambia il suo skyline e con esso cambia anche il paesaggio storico e umano che per secoli ha accompagnato i pellegrini. Ma in mezzo a tutto questo, c'è qualcosa che rimane. C'è un “Hic” che non cambia.Un “Hic” che è certezza, memoria, fede e speranza.  È l’Hic dell'Annunciazione a Nazareth, della Natività a Betlemme, del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Sono i luoghi millenari che ci riportano alla vita di Gesù, alla sua nascita, alla sua morte e alla sua Risurrezione. Luoghi che hanno attraversato i secoli, custoditi dalla fede di generazioni di pellegrini e dal lungo lavoro dei francescani della Custodia di Terra Santa, che con pazienza, studio e dedizione hanno riportato alla luce e custodito tanti luoghi della nostra memoria cristiana. Le pietre cambiano, le città si trasformano, le strade si aprono o si chiudono. Ma il Vangelo continua a parlarci proprio qui, nei luoghi in cui tutto è cominciato. Ed è proprio per questo che abbiamo bisogno di ritornare.Betlemme: una città ferita, ma la preghiera non si è mai fermataBetlemme, la città della Natività, è forse il luogo che più di ogni altro porta nel cuore le ferite di questi anni.  Una città che per secoli ha accolto pellegrini da ogni parte del mondo, che ha vissuto dell'accoglienza, del turismo religioso, del lavoro delle sue famiglie, oggi si trova in una condizione di grande difficoltà.  La mancanza dei pellegrini ha provocato una crisi economica profonda. Alberghi, negozi, ristoranti e attività legate al turismo non lavorano da tre anni. Tante famiglie non hanno lavoro, tanti giovani faticano a immaginare il proprio futuro. A questa sofferenza si aggiungono le restrizioni alla mobilità, i permessi necessari per spostarsi e le difficoltà di accesso a Gerusalemme e agli altri territori. Per molti abitanti, uscire dalla propria città non è una cosa semplice, ma un percorso che dipende da autorizzazioni e condizioni che possono cambiare. E’ come vivere un isolamento forzato. Una città santa, che per secoli ha accolto pellegrini da tutto il mondo, si ritrova oggi separata, con le sue famiglie che faticano a raggiungere Gerusalemme, a lavorare, a incontrare i propri fratelli e a immaginare un futuro. E quando una comunità rimane isolata, quando non può più vivere liberamente il proprio territorio, quando le attività economiche si fermano e i giovani non vedono prospettive, il rischio è che quella comunità lentamente scompaia. Ma c'è una cosa che in questi anni non si è mai fermata: la preghiera. Nonostante l'isolamento, le difficoltà e l'assenza dei pellegrini, i frati francescani hanno continuato ad assicurare la preghiera nei Luoghi Santi, custodendo la liturgia e rispettando lo Status Quo, quell'insieme di disposizioni che regolano la presenza e le celebrazioni delle diverse comunità cristiane nei santuari. La preghiera è continuata, anche quando le chiese erano vuote, anche quando mancavano le voci dei pellegrini, anche quando sembrava che il mondo si fosse dimenticato della Terra Santa. I frati hanno continuato a celebrare, a custodire i santuari, a mantenere viva la presenza cristiana. E questa è una testimonianza straordinaria di fedeltà.  Mentre il mondo si allontanava, mentre le strade si svuotavano e tante famiglie soffrivano e sono emigrate, la Chiesa ha continuato a pregare e sostenere la comunità, come un tesoro prezioso da custodire. La Basilica della Natività è rimasta lì, a custodire il luogo in cui Dio si è fatto uomo. E quella preghiera, celebrata ogni giorno, è diventata una presenza silenziosa, una luce che non si è spenta.  Per questo, quando ritorniamo a Betlemme, non troviamo soltanto una basilica, una grotta o un luogo della nostra memoria. Troviamo una comunità che ha resistito, che ha pregato e che continua ad aspettarci.  I cristiani di Terra Santa non sono soltanto i custodi dei nostri santuari. Sono nostri fratelli, sono la Chiesa Madre, sono pietre vive.  E oggi hanno bisogno di noi.Il pellegrinaggio: una strada che apre al dialogo e alla paceNella storia dell'umanità, il pellegrinaggio ha sempre avuto un significato che va oltre la dimensione religiosa. Ha aperto strade, favorito gli scambi commerciali, messo in relazione popoli e culture, creato occasioni di incontro e di dialogo. Le grandi vie dei pellegrini sono state anche vie di conoscenza, di amicizia e di pace. I pellegrini hanno attraversato confini, incontrato lingue e culture diverse, conosciuto tradizioni e comunità. Hanno portato con sé racconti, esperienze, testimonianze. Hanno contribuito a costruire legami là dove c'erano distanze.  E oggi, in Terra Santa, abbiamo nuovamente bisogno di queste strade.  Dopo quasi tre anni di assenza dei pellegrini, la situazione delle comunità cristiane è diventata particolarmente difficile. I cristiani di Terra Santa, da secoli, lavorano nell'ambito del turismo religioso. Accolgono i pellegrini, custodiscono i santuari, accompagnano i visitatori e testimoniano la fede nei luoghi in cui è nato il cristianesimo.  Oggi sono proprio loro ad avere bisogno della nostra presenza. Ritornare in pellegrinaggio significa sostenere il loro lavoro, aiutare le famiglie a rimanere nella loro terra, dare un futuro ai giovani, far sentire che non sono stati dimenticati. Ma significa anche qualcosa di più: incontrare le persone, ascoltare le loro storie, stringere mani, condividere un pasto, guardarsi negli occhi.  Perché la pace non nasce soltanto dagli accordi e dalle decisioni dei potenti. Nasce anche da piccoli gesti, dalla conoscenza reciproca, dalla disponibilità a riconoscere nell'altro un fratello. Il pellegrino, quando arriva con il cuore aperto, può diventare un piccolo costruttore di pace. E forse è proprio questo il compito che ci attende oggi: riaprire le strade del pellegrinaggio, non soltanto per raggiungere i Luoghi Santi, ma per ritrovare le persone che li abitano. La Terra Santa ti aspettaIn questi ultimi giorni ho vissuto la bellezza della preghiera, la meraviglia dei Luoghi Santi, l'emozione degli incontri.  Ho camminato in una terra che amo profondamente e che sento parte della mia vita. Ho pregato, ho ascoltato, ho incontrato volti e raccolto storie. E sono tornata con una responsabilità ancora più grande: raccontare, testimoniare, invitare.  Forse, come Egeria e gli antichi pellegrini, anche noi abbiamo il compito di lasciare una memoria di questa Terra Santa, di raccontare ciò che abbiamo visto, di non lasciare che il tempo cancelli i volti, le storie e le trasformazioni di questa terra. Il mio diario vuoleessere proprio questo: una testimonianza di fede, ma anche un invito a non dimenticare.  So che molti hanno paura, che le notizie e le immagini degli ultimi anni hanno lasciato ferite profonde. Ma il pellegrinaggio è un'esperienza da vivere. La Terra Santa non è soltanto una destinazione. È la nostra casa spirituale, il luogo in cui la Parola si è fatta carne, dove Gesù ha camminato, incontrato, guarito, amato.  È una terra che ci aspetta.  E oggi, più che mai, ha bisogno di noi. Tornate per pregare nei Luoghi Santi, per ritrovare le radici della nostra fede, per incontrare i cristiani che continuano a vivere e testimoniare il Vangelo.Tornate per sostenere chi non vuole lasciare la propria terra, per riaprire le strade dell'incontro e del dialogo, per essere anche voi, con la vostra presenza, un piccolo segno di speranza e di pace.  Dopo questi dieci giorni, sento ancora più forte il desiderio di accompagnarvi. Perché ogni pellegrinaggio lascia qualcosa nel cuore, ma in Terra Santa lascia anche qualcosa di concreto nella vita delle persone. La Terra Santa vi aspetta. I Luoghi Santi vi aspettano. E i nostri fratelli cristiani hanno bisogno di incontrarvi ancora.Con affetto, dalla Terra Santa, con il cuore di una pellegrina.